Lunedì, 23 Luglio 2018

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Pulcinella_Picasso_particolare_large Pulcinella tra gli specchi

Pulcinella tra gli specchi

Pulcinella, una maschera tra gli specchi è il titolo di un bel libro curato da Franco Carmelo Greco, pubblicato sul finire del Novecento, che più che offrire una chiave di lettura per la maschera, prova a raccontarne, almeno in parte la problematicità. È difficile, infatti, trovare un punto di partenza, o anche solo una prospettiva per iniziare a parlare della maschera più riconoscibile, ma anche meno conosciuta della Commedia dell’Arte. Tra la faccia spaurita di Paoluccio di Acerra e la mezza suola nera di Antonio Petito, tra i Pulcinella barocchi che sfilavano sui carri di Cuccagna a quelli aerei di Tiepolo fino a quelli reinventati da Stravinsky e Picasso in pieno Novecento, il personaggio subisce un continuo processo di moltiplicazione. D’altra parte uno dei suoi attributi più antichi, che lo lega ai riti campestri italici, ibridati dai culti provenienti dalla Grecia e dal Nord Africa, è quello di riprodursi per partenogenesi, come Dioniso.

Anche costume e maschera risentono di questo processo di moltiplicazione. I pochi elementi che sembrano fissi, la casacca bianca e la maschera nera, scompaiono se risaliamo indietro nel tempo o se allarghiamo lo sguardo abbracciando sia il teatro che le forme di rappresentazione popolare. Così, per esempio, molti Pulcinella campestri, che vengono tramandati da secoli, sopravvivendo ancora, come quello che guida la Zeza di Bellizzi o il carnevale di Montemarano in Irpinia, indossano un costume a strisce colorate, mentre sul versante teatrale, Silvio Fiorillo, il primo a portare la maschera in scena dal 1609 in poi, ne fabbricò una bianca per suo figlio, per sottolineare l’essenza aerea ed ermafrodita di Pulcinella.

Se ci spostiamo sul piano della drammaturgia la situazione non cambia. Nato come secondo Zanni, al pari di Arlecchino, Pulcinella può svolgere un’infinità di ruoli: lo troviamo compagno delle dame e delle servette, seduttore suo malgrado, ma anche tramite necessario per evocazioni e incantesimi, sonnambulo e dedito a lunghe conversazioni con la luna, abitante di una soglia tra numerosi mondi, che grazie a lui, si allarga coinvolgendo per un attimo anche gli altri personaggi e gli spettatori. Se Petito ne facilita l’ingresso nell’immaginario cittadino e borghese, appiattendo il naso sulla faccia e rendendo il costume meno ampio, più simile alla divisa di un operaio nelle sue infinite varianti ottocentesche (pescivendolo, fornaio, vivandiere ecc.), lui stesso non riesce a resistere alla tentazione della moltiplicazione. Così troviamo foto di Pulcinella in costume da donna, con parrucca e gonnellone. La maschera, fondendosi con il volto, stabilisce l’identità del personaggio a prescindere dal ruolo e la funzione che questo interpreta nella storia, con lo stesso procedimento per cui, durante i carnevali barocchi a Napoli, la casacca bianca veniva indossata sia dai Pulcinella (spesso rappresentati, in questo caso, senza maschera, o meglio con una maschera che è tutt’uno col volto) che dai lazzari e dai giovani autorizzati a dare l’assalto ai carri di Cuccagna carichi di prosciutti, o, a seconda delle annate, di vergini in età da marito.

Lavorare su Pulcinella, oggi, significa aprire un orizzonte capace di accogliere tutto questo, abbracciando anche le numerose incarnazioni di Pulcinella nel mondo, da Pierrot a Petrushka, da Mr Punch a Karagoz, sapendo che ogni sintesi che si sarà in grado di costruire col proprio corpo, se siamo fortunati, brillerà per un attimo, poi Pulcinella riprenderà a moltiplicarsi in un gioco infinito di specchi.

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