Martedì, 13 Novembre 2018

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Capitan_Matamoros_large Capitani coraggiosi, ma non troppo

Capitani coraggiosi, ma non troppo

Mattamoros: Ansi come il superano y muy resplandeciente febo lunbre del universo, entre la blanca luna y plateadas estrella; de muy gran resplador, y ermosura la vitoriosa vandera y trionfante palma tiene, ansi yo, entre los mas famosos guerreros y bravos Capitanes, de fuerza d’animo y valor, la gloriosa vandera traygo.

Scaramuccia: A cossì come lo tavernaro prencepale dello Cerriglio, de chesta nobilissima Cettate de Napole; se pretenne de sapere buono cocinare; a cossì le trippe de Vaccha, come ancora chelle de Vitella, e arrostire quaglie, fagiane, pollastre, pernice, e pecciune e accossì io me pretendo, songo e sarraggio (a despietto de li nemici miei) lo chiù gran cannaruto, magnatore, vevetore, e taverniero, de quanta vastate magnature, e beveture, mbriacune e buffune se ponno mai trovare, da Levante ha Ponente, e da scerocco e tramontana e va descorrenno e zettera; e perciò faccio stare ncelevriello e a sticchetto e con patura tutte chilee che me canosceno, po’ che hanno sospetione che no le scannarozzola e me le magnia viue, e me le gliotta sane tanto sto chino de la gran fame e sfonnolato appetito.

Silvio Fiorillo, Li tre Capitani vanagloriosi

Il Capitano è, tra i caratteri della Commedia, quello che ‘ci prova’ più di tutti. Il suo anelito alla grandezza, anche se nasconde paura e ignavia, è sincero. La differenza fondamentale tra il miles gloriosus di plautina memoria e i capitani cinque e secenteschi, dal Capitan Spaventa di Francesco Andreini col suo becco da rapace e il Matamoros di Silvio Fiorillo con i suoi abiti di foggia spagnola, è proprio nella convinzione profonda di avere un’identità salda e antica, che si scontra con un mondo che non è in grado di capirlo. Il Capitano è l’archetipo dello straniero in patria, dell’apolide, che non coltiva radice se non nella propria coscienza. Spesso, nelle sue incarnazioni più famose, dal perfido Ligurio de La mandragola di Machiavelli a Don Giovanni, questa coscienza si traduce in una disperata volontà di possesso e conquista, che si esercita su donne e ricchezze, che lo porta a vessare chi è più debole, vecchi e giovani effeminati. E proprio perché il Capitano porta nel mondo della Commedia un vitalismo così dirompente, il suo contrappasso è feroce. I suoi compagni di viaggio sono sempre diabolici, Arlecchini e Scaramuccia che, contrapponendogli istinti ancora più forti, come la fame e la sopravvivenza, finiscono con il rivelare l’inadeguatezza dei suoi alti sentimenti.

Per la stessa ragione, il Capitano non riesce mai ad inserirsi completamente nell’intreccio, e irrompendo in scena come un terremoto, crea un caos solo apparente, essendone piuttosto vittima: così Mercuzio agita lingua e spada in una simulazione di battaglia e quando è ferito a morte accoglie la fine tra riso e sorpresa, Don Chisciotte trascina Sancho contro i mulini a vento, Don Giovanni abbraccia il Convitato di pietra come Narciso la sua immagine riflessa.

Lavorare sul carattere del Capitano significa elaborare il conflitto primario tra alto e basso, tra immaginazione e principio di realtà, volontà e pensiero, ma anche imparare a trasmettere una qualità che lo distingue da tutti gli altri personaggi della Commedia. Essendo un viaggiatore, il Capitano ha il potere di mettere in relazione i personaggi con un altrove, che altrimenti non troverebbe espressione alcuna. Lo straniero da sempre crea confusione e disagio, spinge gli uomini ad allearsi per ricacciare l’invasione, ma esercita anche la fascinazione della libertà e della conoscenza, risveglia gli istinti erotici, gli appetiti più bassi, essendo l’unico in grado di elaborarli in una visione poetica. Connettendo mondo di sopra e mondo di sotto, il cielo con le sue lune magiche e le stelle dove abitano gli dei, con gli inferi fatti della materia da cui tutto ha origine e a cui tutto fa ritorno, il Capitano apre un mondo di pura sopravvivenza a un’inquietudine oscura e fascinosissima. 

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