Giovedì, 15 Novembre 2018

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800px-Bali-Danse_0710a_large La maschera tra Commedia dell'Arte e Topeng balinese

La maschera tra Commedia dell'Arte e Topeng balinese

La data mitica del primo incontro tra il teatro europeo e la tradizione balinese, il 1931, viene evocata ogni volta che si intraprende un discorso che abbia l’ambizione di contenere entrambi ed è giusto così, per ricordarci che camminiamo sempre nel solco di qualcun altro e per misurare la strada fatta finora. Antonin Artaud incontra Bali nel corso dell’Esposizione Universale di Parigi e vi intravede quella dimensione metafisica e rituale che sembra essere completamente sparita dal teatro europeo, dilaniatosi tra conversazioni borghesi, astratti psicologismi e un ritorno al simbolismo che puzza di concetto. Anche se oggi non sappiamo cosa realmente vide Artaud durante l’Esposizione Universale e quanto realmente lo capì, è sicuramente questo l’inizio. Da allora la storia del rapporto tra teatro europeo e tradizione balinese è la storia di continui tentativi di stabilire l’incontro, oscillando tra i due estremi dell’esotismo (indimenticabile l’immagine di Charlie Chaplin in completo bianco che gioca con i bambini di Bali) e della ricerca di una radice indoeuropea comune, la “pre-espressività” su cui l’antropologia teatrale ha costruito per decenni. Oggi, dopo un secolo, siamo ancora alle prese con i tentativi.

La situazione si complica quando parliamo d’incontro tra tradizioni rappresentative, perché in discussione è il nostro personale rapporto con la tradizione. Per quanto riguarda quella italiana ci troviamo di fronte a un patrimonio in larga misura disperso. Dalla riforma goldoniana in poi, quella che comunemente chiamiamo Commedia dell’Arte e che per secoli è stata conosciuta in Europa semplicemente come Italiana diventa tradizione minoritaria, regionale, mentre sui palcoscenici europei la maschera – da sempre segno distintivo della commedia – sparisce. La storia della Commedia dell’Arte è fatta di date e avvenimenti certi – il 1545 e la costituzione, davanti a un notaio, della prima compagnia di attori professionisti guidati da Zan Ganassa – e di misteri ancora irrisolti – l’origine della maschera di Zanni primo comico, dai facchini bergamaschi ai cerretani dei mercati, dai rituali italici al Carnevale, forse Giani o forse Giano, la divinità bifronte che simboleggia l’arte teatrale. E se il repertorio di scenari, tirate e lazzi è ancora rintracciabile, pur con difficoltà, la trasmissione dell’arte da attore ad attore, che è l’unico modo di mantenere viva una tradizione, si è interrotta, mettendoci nella scomoda posizione di dover reinventare le origini, assumendoci il rischio di tradire proprio quel patrimonio che intendiamo vivificare.

Dall’altra parte la tradizione balinese sembra, almeno a noi che la guardiamo dall’esterno, tutelata dalla forte matrice rituale. Durante il Topeng (letteralmente maschera), che è solo una delle danze che si svolgono durante i rituali, le storie tradizionali, narrate dal Penasar, si ibridano con le vicende più quotidiane della vita balinese. Le maschere che si avvicendano durante la rappresentazione si aggregano intorno ai due archetipi di Manis (il carattere dolce) e Keras (il carattere rozzo, aspro), mentre la matrice rituale è rinforzata dalle danze mute che introducono la rappresentazione e dalle percussioni del gamelan, l’orchestra tradizionale balinese, che accompagnano tutto lo spettacolo.

Il punto d’incontro di queste due tradizioni così diverse sarà la maschera. L’attore che indossa la maschera – che sia di Commedia dell’Arte o di Topeng – sperimenta da un lato l’esperienza dello ‘spossessamento’, del sentirsi completamente annullato nell’archetipo che quella maschera incarna, dall’altro la necessità di imparare a farla vivere attraverso il suo corpo, agendo, parlando e respirando nella maschera. L’incontro sarà, quindi, lavorare col corpo e con la maschera per sperimentare le differenze e i possibili punti di contatto e di ibridazione tra le due tradizioni. Senza pretesa di essere risolutivi ma con l’augurio di contribuire a costruire un ponte.

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