Martedì, 13 Novembre 2018

E Edizione 2016

13118949_1733942356892706_3025064407722787869_n_large La nascita dell'eroe borghese: Peer Gynt di Ibsen

La nascita dell'eroe borghese: Peer Gynt di Ibsen

Peer Gynt è la favola di un ragazzo che racconta le favole e mentre le racconta si trasforma, esce da sé e diventa altro. Spirito vitale, in continuo movimento, Peer diventa renna, trold, mercante di schiavi, imperatore del regno dei pazzi, bottone da fondere nel calderone del Fonditore di bottoni. Generato da una donna, spende la sua intera vita nel negare se stesso, inseguito da voci tormentose, salvandosi nell’abbraccio di un’altra donna, Solvejg, che lo culla, ormai anziano, come sua madre lo aveva cullato da bambino.

 

Henrik Ibsen affonda le mani nell’immaginario della favolistica nordica per plasmare il primo personaggio teatrale compiutamente e consapevolmente “moderno”. Da personaggio moderno Peer Gynt vive la dissociazione tra identità e azione. Così, mentre l’avventuriero rivendica: “l’io gyntiano…la moltitudine, desideri e passioni” e “il mare di capricci, voglie, esigenze, insomma tutto ciò che gonfia il mio petto e fa ch’io Peer Gynt viva”, il viaggiatore stanco, che torna in una patria deserta, rimuove gli strati di un’identità che ormai somiglia a una cipolla, per non trovare, al centro, nulla: “Adesso ti sbuccio, mio caro Peer! Non ti giova piangere e implorare. Ecco tolta la prima lacera pelle; è il naufrago alla deriva sopra un rottame. Ecco quella del passeggero fine e sottile…Però ha un tantino sapore di Peer Gynt. Più dentro c’è l’io del cercatore d’oro; il succo è sparito, se c’è stato mai… Che quantità prodigiosa di pellicole! Non apparirà finalmente il nocciolo? Niente affatto, perdio! Fino al centro, non son che strati e strati… solo sempre più piccoli… La natura è faceta!”

Nello stesso modo anche rappresentazione e racconto entrano in conflitto: se nella vita Peer Gynt è un uomo in fuga, rapitore di vergini e mercante di schiavi, nel racconto il suo io diventa talmente ipertrofico da ammantare persino il male di leggenda e noi spettatori, come Aase, la madre di Peer, gli crediamo perché vogliamo credere.

Nell’epoca in cui il romanzo si afferma come genere letterario dominante e la filosofia riporta l’uomo dentro se stesso, sulla scena l’unità drammatica si rompe grazie alla spinta di personaggi che cominciano a proiettare il proprio io sull’orizzonte della rappresentazione, plasmando finanche lo spazio con il proprio punto di vista. È pura ironia romanzesca che a cominciare sia stato un folletto delle fiabe diventato uomo.

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