Sabato, 22 Settembre 2018

E Edizione 2015

a4644b7a48de69b4893b285ec6f8fa04_large La scena metafisica - Aspettando Godot di Samuel Beckett

La scena metafisica - Aspettando Godot di Samuel Beckett

Estragone – Andiamocene.
Vladimiro – Non si può
Estragone – Perché?
Vladimiro – Aspettiamo Godot.
Estragone – Già, è vero. (Pausa) Sei sicuro che sia qui?
Vladimiro – Cosa?
Estragone – Che lo dobbiamo aspettare.

Questo è un brevissimo stralcio di uno dei dialoghi fiume di Aspettando Godot, che, però, riassume la sua intera trama. Vladimiro ed Estragone aspettano Godot, lo aspettano per giorni, forse anni, addirittura millenni e Godot non arriva, o forse arriva ma non lo riconoscono, d’altra parte se quello che aspettiamo da tutta la vita finalmente arrivasse, siamo proprio sicuri che lo riconosceremmo? Chi è Godot? Forse è Dio, forse è la morte, forse è la salvezza o forse è solo un tizio che si chiama Godot. Forse. Non ci sono certezze nel teatro di Beckett, non sappiamo e non sapremo mai niente. La scena non ci aiuta, la prima didascalia recita Strada di campagna con albero. Sera e, in questo caso, non riassume solo lo spettacolo ma l’intera storia del teatro del Novecento. Da Beckett in poi il teatro abita in quella strada di campagna. Alla prospettiva razionale del Rinascimento, alla scena multipla del secolo d’oro del barocco, al milieu del teatro borghese si sostituisce una scena “metafisica”, al di fuori del tempo e dello spazio, dove non esiste tragedia e commedia, perché tutto è già avvenuto, solo che i personaggi non riescono a ricordarlo. Di tutto quello che sono stati gli rimangono solo dei gesti, che ripetono sempre uguali nella speranza che questi riescano ad evocare qualcosa o qualcuno: Godot magari.

In questo teatro dell’ “assurdo”, che assurdo in realtà non è, l’incertezza della storia è bilanciata dall’assoluta concretezza dei gesti, segnati come una partitura nel testo, al personaggio si sostituisce l’attore, alla rappresentazione la scrittura scenica ed è per questa ragione che Beckett è un maestro indiscusso di quel concetto di “moderno” che da sempre associamo al Novecento teatrale. Ma nell’evocare un mondo alla fine del mondo, aprendo le porte al futuro, Beckett ci riporta paradossalmente ad epoche passate, quando il teatro era la magica soglia in cui gli opposti coincidevano: passato e presente, cielo e terra, vita e morte.

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