Venerdì, 27 Aprile 2018

I Il Teatro e il suo Doppio

imgres-2_large Il teatro e il suo doppio | Artaud

Il teatro e il suo doppio

Quando fu pubblicato per la prima volta, nel 1968, Il teatro e il suo doppio di Antonin Artaud fu come una scure che divise in due il teatro italiano. Tutti coloro che avevano un’idea di teatro differente da quella che abitava nelle sontuose sale all’italiana, con le poltroncine rivestite di velluto rosso e attori-divi impegnati nei loro pezzi di bravura, e che nel fare teatro cercavano un’esperienza vitale, capace di coinvolgere sia gli attori che gli spettatori, fecero de Il teatro e Il suo doppio il loro vessillo. Di Artaud, in realtà, si discuteva già da qualche anno sulle pagine delle riviste di teatro, nel 1964 Peter Brook aveva attraversato l’Europa con il suo Teatro della crudeltà che si incarnava nella mitica messinscena del Marat/Sade di Peter Weiss e ormai sembrava che non si potesse fare teatro senza avere un’opinione su di lui, ma chi era in realtà Artaud?

Un attore vissuto trent’anni prima, che pur avendo lavorato con registi come Dreyer, Lang e Gance, forse non avrebbe lasciato nessuna traccia nella storia del teatro se non fosse stato per i suoi scritti visionari. In un’epoca in cui il cinema comincia a coinvolgere le masse e ci si interroga su quale possa essere la funzione del teatro, dal momento che ha perso la capacità di essere mimèsi della realtà, Artaud ribalta i termini del discorso: il teatro deve smettere di proporsi come un doppio della vita, ma diventare vita. E se il teatro diventasse più vero del vero, si chiede Artaud, se la realtà fosse un mero riflesso di un teatro che incarna la vita vera? Artaud evoca un teatro del futuro eppure primordiale – come quello espresso nei rituali degli indiani Tarahumara del Messico – che risvegli forze sepolte sotto la civiltà borghese, e lo fa con un linguaggio che parla soprattutto all’immaginazione. Il teatro, come la peste, deve invadere le strade, sovvertire l’ordine sociale e morale, creare un universo parallelo in cui l’esperienza umana sia centrale e amplificata. Il corpo dell’attore è al centro di questo teatro ed è un corpo modificato attraverso una disciplina “crudele”. L’attore, dice Artaud, deve essere come un serpente, in grado di percepire le vibrazioni della terra e di trasmetterle agli spettatori, come quello di un uccello il suo corpo deve essere privo di ossa e di pesantezza, deve essere in grado di parlare un linguaggio fatto di ideogrammi e usare la voce per esprimere puro suono. Oggi è impossibile avvicinarsi al teatro senza leggere Il teatro e il suo doppio, anche se le parole di Artaud possono sembrare incomprensibili, anche se ci sembra sperduto in un tempo lontano, in realtà lo ritroviamo nel lavoro di tutti i grandi maestri del Novecento, da Jacques Copeau a Pina Bausch. Prendiamo a prestito la sua espressione più famosa ed evocativa per presentare un serie di incontri in cui il teatro sarà ridotto all’ “osso”: da una parte le storie, dall’altra gli attori e gli spettatori, perché, come Artaud ancora ci insegna, il teatro esiste ed esisterà per sempre grazie al suo potere di rifondare la relazione tra gli uomini attraverso l’esperienza concreta del teatro. Il teatro genera altro teatro ed è questo che ci auguriamo.

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