Lunedì, 23 Luglio 2018

I I viaggi di Capitan Matamoros

9e694987d9dbba9ef8c6ab879211d94c_large Giuliano Scabia: il teatro della scrittura

Giuliano Scabia: il teatro della scrittura

Il lungo cammino di Giuliano Scabia lungo le vie del teatro comincia molto tempo fa, all’inizio degli anni sessanta. L’inizio è la scrittura, perché Scabia è un giovane poeta, ma ben presto questa scrittura incrocia il teatro, attraverso la collaborazione con Luigi Nono prima e con Carlo Quartucci poi, che culmina con lo spettacolo Zip nel 1965. Si delinea già con le prime esperienze una delle linee portanti della visione e dell’opera di Scabia: non teatro e scrittura – termini opposti, a volte collaborativi, ma più spesso in conflitto nel corso del Novecento teatrale – e nemmeno scrittura in funzione del teatro – come si intende il lavoro del dramaturg da alcuni decenni a questa parte anche in Italia – bensì teatro come scrittura. Il teatro diventa scrittura nella pratica, attuata fin dall’esperienza di Zip, dell’elaborazione collettiva della drammaturgia. Teatro e scrittura vengono uniti, quindi, nel segno della partecipazione, parola chiave per comprendere l’opera di Scabia. Non si tratta, nella sua visione, di coinvolgere il pubblico negli spettacoli, ma di fondare un teatro della partecipazione diretta. E’ il tentativo che viene fatto con Scontri generali, forse il suo testo più famoso, nel clima gioioso e infuocato del ’68, quando si pensa che il teatro possa essere strumento di lotta esso stesso, e poi, più compiutamente con il decentramento di Torino e con le azioni teatrali: teatro della partecipazione per riscrivere un territorio martoriato dalla disuguaglianza sociale attraverso un atto di pura creatività. Il culmine di questo lavoro è l’esperienza di Marco Cavallo e la collaborazione con Franco Basaglia nel 1973: aprire i manicomi, portare i malati (veri e propri d assassinati della società) per le strade attraverso il teatro, il cavallo azzurro risuscitato dalle avanguardie che diventa il simbolo della follia che reclama il suo posto nel mondo.
Se queste esperienze rendono Scabia famosissimo e riconosciuto come una delle figure più genuinamente innovative del teatro del Novecento, è con l’avventura del Teatro Vagante (avventura ancora in corso) che ha inizio la parte più profonda del suo lavoro. Da quarant’anni Scabia ha abbandonato i grandi progetti per portare da solo il suo teatro lungo strade, piazze, foreste, montagne, aule e sagrati delle chiese: ovunque si fermi il teatro di Scabia diventa veicolo non solo per la partecipazione ma per la scrittura e riscrittura del territorio. Scabia, vestendo i panni del narratore e dell’attore, intesse un vero e proprio dialogo con la parola. Questa viene raccolta, registrata, rielaborata e restituita al territorio come poesia o narrazione. In questo modo il linguaggio diventa vivo e la scrittura vera e propria azione teatrale. L’immaginario di Scabia è semplice, ma molto stratificato, le sue narrazioni che nascono nel teatro e si sono depositate nei cicli romanzeschi di Nane Oca e dell’Eterno andare sono profondamente dialogiche. La scrittura di Scabia restituisce la sensazione di un mondo in cui tutto è coeso, il tempo e lo spazio sono dilatati, ogni elemento della narrazione subisce una continua rielaborazione favolistica, poetica, allegorica (in senso dantesco) perché la radice comune della narrazione e del teatro è la trasformazione. Una delle immagini ricorrenti nell’opera di Scabia è quella dell’Angelo e il Diavolo. La vita, ci dice nel suo ultimo romanzo L’azione perfetta, non è riflesso di un mondo altro né rappresentazione sociale, ma dialogo. E se anche angeli e diavoli fanno teatro insieme, ne consegue che tutto, infine, è teatro.

Stefania Bruno

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