Giovedì, 29 Ottobre 2020

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Donne_impresa_Campania_questionario_large In Campania il teatro (non) è donna

In Campania il teatro (non) è donna

Rinoscimento delle figure professionali e dei diritti delle lavoratrici, rapporto con il territorio, ecco cosa ci raccontano i risultati del questionario Donne e impresa teatrale in Campania

Al questionario Donne e impresa teatrale in Campania, hanno risposto 60 operatrici teatrali professioniste, in maggior numero tra i 35 e i 40 anni, la cui vita professionale si svolge per lo più a Napoli, per tanti aspetti caput mundi dell’intera regione.

Questa premessa forse non permette di trarre conclusioni esaustive su tutto il territorio campano ma il panorama di esperienze, testimonianze e riflessioni che emerge, mettendo assieme tutte le risposte, è materia abbastanza indicativa per individuare le problematiche principali e più urgenti da affrontare:

  1. Le questioni di genere in ambito lavorativo;
  2. Il riconoscimento delle figure professionali delle operatrici teatrali, nei diversi ambiti, non solo artistico ma anche di tipo manageriale e organizzativo, e in quello della formazione; 
  3. Il riconoscimento dei diritti delle lavoratrici dello spettacolo (nei diversi settori, non solo per quanto riguarda le figure artistiche).

In sostanza, in Campania, il mondo teatrale è fatto di tantissime donne, che rappresentano anche numericamente l’ossatura della maggior parte delle realtà esistenti. Come accade spesso nelle biografie di chi fa teatro, la formazione personale, che sia genericamente umanistica o più specifica di settore, porta a lavorare concretamente tanto quanto il fatto di aver incontrato una compagnia e di aver cominciato, ritrovandosi direttamente dentro un progetto, un percorso, una avventura. Chissà se già questo dato, analizzandolo, non contribuisca a configurare le altre due caratteristiche principali del settore spettacolo al femminile.

Ovvero: la forbice che divide chi si trova a lavorare all’interno di gruppi o strutture e chi invece affronta il lavoro da libero professionista e la grande questione della "formazione" come principale campo di lavoro.

I ruoli, le mansioni multiple, il riconoscimento lavorativo ed economico tra colleghi, il posizionamento rispetto agli interlocutori territoriali, la gestione del tempo tra vita e lavoro, la possibilità di carriera: dal generoso contributo di chi ha risposto al questionario, si comprende come tutto questo si trasformi in esaltazione o frustrazione delle proprie caratteristiche personali e di genere, a seconda se lo si affronta come lavoratrici autonome o come parte di una realtà collettiva.

Qui va detto, per inciso, che ancora le associazioni (riconosciute) restano la struttura più diffusa delle realtà teatrali e questo rimanda alla agilità/fragilità di chi non può sostenere "forme economiche" più complesse, come le cooperative o le tanto agognate imprese teatrali.

Al netto di tutte le questioni, così drammaticamente attuali, sui "diritti delle lavoratrici e dei lavoratori dello spettacolo", che riguardano il settore in modo strutturale, sistemico, atavico, nazionale, c’è poi il problema nel problema, nel problema: non solo siamo lavoratrici non riconosciute, ma se ci occupiamo di formazione, nessuno sa definire, certificare, valutare quello che facciamo e quanto professionali, specializzate e competenti siamo rispetto ad altri che fanno esattamente la stessa cosa che noi facciamo.

Intenzionalmente, questo è ormai un ritornello.

In tanti, stanno cercando di definire, a livello politico e normativo nazionale, chi è un formatore. 

Nella realtà verificata (anche attraverso il questionario), il formatore è soprattutto una figura femminile, che opera moltissimo nelle scuole, nelle associazioni, facendo da collante tra individui, famiglie, marginalità e istituzioni di prossimità, spesso lavorando "ai confini del nero", raramente potendo parlare di pedagogia e ricerca, quasi mai all’interno di enti culturali (la formazione è cultura o è "sociale"?), difficilmente creando economia.

E con il dubbio tormentoso: ma chi fa formazione perché non riesce a fare altro (di artistico, di apicale?) o perché ha un percorso (artistico) che naturalmente si completa e si arricchisce con la pratica formativa?

Perché le donne operatrici del mondo dello spettacolo fanno molte cose assieme; alcune con più difficoltà di altre (l’organizzazione pura, la distribuzione questa sconosciuta, la comunicazione troppo cara per potersela permettere) ma in tante, e ad altissimo livello, fanno formazione.

Di questo, sperando in un confronto ricco e approfondito, proveremo a parlare il 28 e il 29 settembre, riportando tutto ai tre punti iniziali, assieme ad alcune figure di riferimento a cui chiederemo di immettere questa storia, campana e femminile, dentro un orizzonte nazionale e internazionale, di lavoro e scelte di vita.

 

29-30 settembre 2020 
PAN | Palazzo delle Arti Napoli
Info per partecipare: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. 
 
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