Venerdì, 27 Aprile 2018
Luca_Ronconi_large En Kai Pan | Luca Ronconi

Quello che dovrebbe fare il teatro

di Stefania Bruno

(21 febbraio 2015)

Stanotte è morto Luca Ronconi. Come Molière è morto mentre al Piccolo di Milano è in scena un suo spettacolo, The Lehman Trilogy di Stefano Massini, e forse è stato il modo migliore per andarsene. Il prossimo 8 marzo Ronconi avrebbe compiuto 82 anni e da quando ne aveva 20 faceva teatro, prima come attore e poi, dal 1963, come regista. Non è stato un regista buono con gli spettatori, li ha costretti ad affrontare testi difficili e grandi maratone: l’ultimo spettacolo dura cinque ore e mezza, ma con Ignorabimus di Arno Holz nel 1984 al Fabbricone di Prato si sono raggiunte le 12 ore.

Spesso dagli spettacoli di Ronconi uscivi arrabbiato, frustrato, ti sembrava di essere stato preso in giro, eppure dopo mesi, dopo anni ti ritrovavi a ripensare ad un particolare, ad una scena, ti sembrava finalmente di capire e ti stupivi nel constatare come spettacoli che ti avevano entusiasmato fossero spariti dalla memoria mentre quelli di Ronconi erano lì e continuavano a parlarti, a suggerirti idee e significati nuovi. Era questo che voleva Ronconi, non gli interessava parlare alle emozioni, ma all’intelligenza delle persone. Ti costringeva ad immaginare, a costruirti il tuo spettacolo personale. Convinto che la scena teatrale fosse come la pagina bianca di un libro e come lo spazio vuoto della mente umana, ne ha aperto tutte le dimensioni e nel farlo ha spinto noi spettatori a fare lo stesso con le nostre categorie di interpretazione, le nostre certezze, le nostre cattive abitudini. Ronconi ti faceva arrabbiare ed é questo che dovrebbe fare il teatro.

In 62 anni di carriera non è stato mai uguale a se stesso. Tutti, adesso che non c’è più, ricorderanno la grandiosità dei suoi allestimenti più famosi: il grande gioco liberatorio di Orlando furioso nel 1969, il visionario progetto di una messinscena acquatica per Das Kätchen von Heilbronn di Kleist, la grandiosa messinscena simultaneistica de Gli ultimi giorni dell’umanità di Karl Kraus nell’ex fabbrica Fiat del Lingotto di Torino nel 1991, in piena prima guerra del Golfo, le cinque stanze di Infinities di John D. Barrow alla Bovisa nel 2002 e i mobili e le scene che si muovono impazziti intorno agli attori in Lolita, sceneggiatura di Nabokov nello stesso anno al Piccolo. Eppure negli ultimi anni i suoi spettacoli sono diventati sempre più spogli, la scena bianca, come le stanze del Centro Teatrale Santacristina, la scuola che Ronconi ha costruito in Umbria e dove ogni estate radunava diverse generazioni di attori e metteva in prova anche cinque testi in contemporanea. Il “dio delle macchine”, come veniva chiamato negli anni settanta, il “regista architetto” del Laboratorio di Progettazione Teatrale di Prato insieme a Gae Aulenti, il regista del teatro irrappresentabile, che ha messo in scena romanzi, saggi di economia e politica, teoremi matematici, il “freddo” Ronconi, più interessato alle strutture che ai significati, negli ultimi anni, dallo studio su I sei personaggi pirandelliani alla messinscena di Pornografia di Gombrowicz, stupiva guardando al sesso e al suo rapporto con l’identità, che non è mai fissa, ma molteplice e cangiante, come il teatro. Ronconi ti costringeva a cambiare il tuo punto di vista ed é questo che dovrebbe fare il teatro.

Io di Ronconi ricordo lo studio su Il gabbiano di Cechov, presentato a Spoleto nel 2008, in cui in uno spazio vuoto e senza scenografie o costumi, il capolavoro cechoviano veniva smontato, raccontato e poi miracolosamente prendeva vita. Iniziavi a vederlo come non l’avevi mai visto prima. E mi ricordo una conversazione del 2013 con Roberta Carlotto, la sua fedele collaboratrice degli ultimi vent’anni, in cui mi raccontava che, nonostante la dialisi, a cui si sottoponeva da otto anni, Ronconi faceva sei ore di prove al giorno e a chi si preoccupava per lui diceva di non poter vivere senza fare teatro. Ronconi ti insegnava che il teatro è lavoro e ricerca incessante ma che, quando è praticato con vero rigore e abnegazione, diventa vita. Il teatro di Ronconi ti tiene in vita. Ed è questo che dovrebbe fare il teatro.

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